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Economica

Pianificazione urbanistica e sostenibilità urbana: il ciclo di gestione dei rifiuti solidi urbani

Per avviare il processo di partecipazione e quindi il coinvolgimento della collettività bisogna conquistarsi la fiducia dei soggetti che non solo sono differenti tra loro, ma diversi sono i ruoli che ognuno di essi ha nella città e nel territorio.Promuovere il processo di partecipazione significa anche assunzione di responsabilità, attivazione di nuove tecniche di dialogo e di scelta coinvolgendo nel processo decisionale gli utenti del territorio.E’ durante il processo di partecipazione che si solleci-ta nei cittadini il diritto-dovere di cittadinanza senza distinzione alcuna. L’esperienza di partecipazione aiuta a crescere, a migliorare la capacità di relazione e da valorizzare la personalità. Insegna altresì a costruire una coscienza collettiva ed a manifestare la propria volontà in un continuo confronto e discutere le scelte in una logica di vantaggio collettivo. Tale processo non può considerarsi esaurito nella fase propositivo-pro-gettuale; occorre che la comunità abbia garanzie dalle Istituzioni e le sia riconosciuta la possibilità di con-trollo nella realizzazione e gestione del progetto a garanzia della realizzazione del progetto condiviso. Naturalmente questo è il passo più difficile da fare per-ché mentre si ha una buona disponibilità da parte delle Amministrazioni ad attivare il processo di partecipa-zione – spesso si rischia che questo diventi uno slogan propagandistico per ottenere maggiore consenso poli-tico – innumerevoli difficoltà di carattere burocratico, per l’organizzazione della macchina amministrativa,mettono in crisi il sistema avviato.Un progetto condiviso non si conclude con la sua ste-sura, ma va continuamente monitorato e verificato nel suo sistema di relazioni con gli aspetti territoriali,ambientali, culturali, sociali, economici, politici, che concorrono alla sua realizzazione. Lo sviluppo soste-nibile e la partecipazione impongono un approccio multidisciplinare.L’avere preso coscienza della rigidità dell’approccio mono disciplinare, che poco si adatta alla complessità del territorio, rende necessario fare convergere sullo stesso tema ci sono più saperi di specialisti provenienti da differenti ambiti disciplinari. Questo che inequivo-cabilmente rappresenta il percorso più corretto, sebbe-ne complesso, è occasione di scambio di metodi e tec-niche, sollecita nuovi percorsi di ricerca, arricchisce il panorama delle conoscenze e la dialettica tra i diffe-renti saperi.In conclusione, occorre mettere in moto strategie diverse che tengano conto del sistema di relazione tra risorse e situazioni locali in un’ottica di riequilibrio sociale ed economico, di tutela e sviluppo del territo-rio, nel recupero dell’identità locale

qui il documento interno https://urly.it/36y9z

di Francesca Arici

Agricoltura, ambiente e società

  1. Conservazione e gestione delle risorse naturali in agricoltura

1.1 Uso del suolo e pratiche agricole

1.2 Risorse idriche e agricoltura

1.3 Le risorse genetiche in agricoltura

1.4 Biodiversità e agricoltura ad alto valore naturale

  1. L’agricoltura sostenibile

2.1 I sistemi produttivi ecocompatibili

2.2 I sistemi di certificazione ambientale

2.3 Le politiche agroambientali

  1. Le sfide del cambiamento climatico

3.1 Cambiamenti climatici e agricoltura

3.2 Energia e biomasse

link al testo https://urly.it/36yb1

di Antonella Trisorio

pubblicato su Accademia.edu

 

 

Verso il 23 marzo – “Marcia per il Clima”

BANNER MARCIA PER IL CLIMA (3)Ovunque in Italia lo sviluppo legato alle grandi opere sta deteriorando irreversibilmente l’ambiente naturale. Le conseguenze della cementificazione dei territori, di mega-porti e discariche fuori controllo, le trivellazioni dei fondali marini, i pesticidi necessari alle monocolture intensive, mettono a rischio non solo la biodiversità e il clima ma anche la salute degli abitanti. E’ ormai chiaro che questo modello di sviluppo rappresenta inoltre uno spreco di risorse pubbliche, comporta corruzione, a scapito della collettività e dei beni comuni. Le conseguenze ad esso legate ci stanno portando sul baratro della catastrofe ecologica.
In questo quadro Fiumicino non fa eccezione, in quanto oggetto di una serie di progetti di mega opere inutili che minacciano di devastare il territorio. La costruzione del porto commerciale, il raddoppio dell’aeroporto, il mega impianto di smaltimento dei rifiuti nella zona nord del paese, rappresenterebbero sicuramente un’opportunità, per alcuni, di spartirsi gli indotti derivanti dalle speculazioni che come sempre caratterizzano le grandi opere nel nostro paese. Ma tutti gli altri pagherebbero il prezzo dei terribili impatti che tali opere comportano: inquinamento dell’aria, delle acque e del suolo, aumento dell’erosione costiera, degrado degli habitat e un generale abbassamento della qualità della vita.
Da anni come comitati cittadini e collettivi portiamo avanti battaglie contro la realizzazione di questi ecomostri, tentando così di contrastare un modello di sviluppo nocivo e a favore di pochi. Vogliamo e proponiamo uno sviluppo differente per Fiumicino, che parta dalle idee e dai bisogni di coloro che vivono realmente il territorio. Crediamo che il nostro paese abbia un alto potenziale ma venga spesso tradito da politiche speculative a breve termine. Le risorse archeologiche vengono ignorate, il turismo viene spesso tarpato da una mobilità pubblica inefficiente e dalla scarsa manutenzione delle nostre coste, le risorse naturali subiscono speculazioni edilizie continue, il nostro patrimonio agroalimentare dovrebbe beneficiare di una riconversione al biologico e a filiera corta.
I comitati, i movimenti, le associazioni e i singoli che in Italia da anni si battono contro le grandi opere inutili e imposte hanno deciso di lanciare una nuova mobilitazione contro i cambiamenti climatici e per la salvaguardia del Pianeta, con una manifestazione nazionale che si terrà a Roma il 23 Marzo.
Come collettivi e comitati presenti a Fiumicino abbiamo aderito alla chiamata e pensiamo che il percorso verso questa manifestazione rappresenti un’occasione per una mobilitazione cittadina a difesa della giustizia ambientale e sociale del nostro territorio. Perciò invitiamo tutte e tutti a partecipare all’incontro che si terrà il 17 Marzo 2019 a piazza G.B. Grassi per parlare delle grandi opere che minacciano il nostro paese e per costruire insieme la manifestazione del 23 marzo.
Perché l’unica grande opera possibile è la difesa del territorio
Coordinamento territoriale di Fiumicino per la giustizia ambientale e contro le grandi opere

Progetto di Ricerca sulla Canapa Sativa nel Comune di Fiumicino

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Se siete interessati al Progetto di ricerca compilate la scheda

SCHEDA INTERESSE PROGETTO CANAPA SATIVA 

 

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Venerdì 9 giugno presentazione del progetto di ricerca sulla Canapa Sativa la pianta dai mille usi

Riteniamo che la Canapa Sativa o Canapa industriale, in virtù dei possibili e differenti utilizzi, merita di essere di nuovo riconosciuta come una delle risorse naturali da valorizzare.Canapa Sativa. La pianta dai mille usi

L’agricoltura sostenibile, la capacità di un territorio di trasformare localmente i prodotti, può rappresentare un punto di forza per il rilancio a largo raggio di tutta l’economia locale. In questa fase è importante informare, suscitare interesse e far conoscere le esperienze comunque acquisite in questi anni di sperimentazione in Italia.

Le recenti leggi approvate sia dal Parlamento Italiano (L.Regionale 28.02.2017) che a livello Regionale (L.Regionale 28.02.2017) rendono più chiaro il quadro normativo e ci aiutano a dare stimolo al reinserimento di questa coltivazione.

Il progetto, non sarà una sperimentazione sulla coltivazione della Canapa Sativa, ma una ricerca che prevede una mappatura del territorio in funzione del potenziale utilizzo dei prodotti della trasformazione della canapa sativa che sarà affiancato da uno studio di fattibilita’. Il progetto di ricerca e diviso in tre fasi:

FASE A: Ricerca documentale. 1)Ricognizione della dimensione del settore agricolo in funzione dell’effettivo utilizzo del terreno (SAU/SAT superficie agricola utilizzata/superficie agricola totale) nell’ambito del territorio del Comune di Fiumicino. La ricognizione si baserà sui dati ufficiali rilevabili prioritariamente dalle seguenti fonti: CCIA Roma (N° Aziende Agricole iscritte localizzate nel Comune di Fiumicino); ISTAT (dati censimento); Regione Lazio/ARSIAL (dati e analisi). Altre fonti: Istituti di ricerca e statistica (Tagliacarne, altri); Banche Dati Associazioni di categoria; Banca Dati Comune Fiumicino (Ass. attività produttive, altri). 2) Simulazione bozza piano fattibilità/Business Plan

FASE B: Presentazione pubblica progetto “Canapa Sativa effetti derivanti dalla reintroduzione della coltivazione nel territorio del Comune di Fiumicino9 giugno ore 17.30 presso la casa del Buttero n.3 Maccarese Fiumcino

FASE C: Ricerca empirica nel territorio comunale. 1) Prelievo campioni terreno 2) Analisi chimico/fisiche/biologiche 3) Elaborazione dati rilevati 4) Mappature delle aree agricole in base alla composizione fisica (tessitura) dei terreni e percentuale sostanza organica 5) Report conclusivo 6) Organizzazione Seminario pubblico: esposizione risultati ricerca; catering prodotti alimentari a base di Canapa Sativa 4) Seminario di presentazione dei dati della ricerca

http://www.comune.fiumicino.rm.gov.it/index.php/it/notizie/comunicati-stampa/item/379-fiumicino-al-via-progetto-per-coltivazione-canapa-sativa

http://www.agi.it/regioni/lazio/2017/06/01/news/agricoltura_fiumicino_al_via_progetto_coltivazione_canapa_sativa-1834348/

 

Presentato il progetto per uno studio sulla reintroduzione della coltivazione della Canapa Sativa nel territorio del Comune Fiumicino.

Venerdì 9 Giugno è stato presentato a Maccarese nel Comune di Fiumicino il progetto promosso dall’Assessorato alla Attività Produttive e dall’Associazione teRRRe per uno studio sulla reintroduzione della coltivazione della Canapa Sativa nel territorio del Comune.

 

 

C.S. Canapa-Sativa a Fiumicino-un’unica-pianta-un-mare-possibilità Multiuso, versatile e sostenibile: queste le parole d’ordine. di Federica Cenci Il Faro on-line – 12 giugno 2017 – 11:27

Il Faro on line – Fiumicino ha due anime. Da sempre. Quella del mare, legata alla pesca, alla navigazione, alla cantieristica. Quella della terra, legata ai campi, all’agricoltura e alle coltivazioni. Due mondi lontani, che convivono sullo stesso territorio. Una vicinanza casuale? Forse molto di più. Un connubio che è stato e che potrebbe tornare ad essere una vera e propria occasione di rilancio per l’economia locale di entrambi i settori grazie al progetto di reintroduzione della Canapa Sativa. Continua a leggere

Alberi in Comune per il benessere comune

 

«Un solo albero può produrre ossigeno sufficiente per dieci persone assorbendo dai sette ai dodici chili di emissioni di CO2 all’anno, oltre che contribuire a ridurre l’inquinamento acustico».ytali online, 18 agosto 2016 (c.m.c.)

Quanti comuni rispettano la legge, in vigore da tre anni, che impone di piantare un albero per ogni bambino nato o adottato nello stesso comune? L’interrogativo si pone per una ragione molto semplice e insieme allarmante: l’Italia registra una perdita di suolo alla velocità di circa otto metri quadrati al secondo. Un’involuzione inquietante per l’ecosistema che si impoverisce di alberi e piante, fondamentali per il sostegno della vita umana e animale.

Un solo albero è in grado di produrre ossigeno sufficiente per più persone, e di assorbire enormi quantità di CO2. Secondo l’Istituto superiore perla protezione e la ricerca ambientale (Ispra) negli ultimi anni i dati in perdite sono aumentati in modo catastrofico, con un picco negli Anni ’90 quando è stata sfiorata una perdita di suolo di quasi dieci metri quadrati al secondo.

Il rimedio c’è: sta nella legge n. 10 del 14 gennaio 2013, entrata in vigore un mese dopo, che impone appunto ai comuni sopra i 15mila abitanti di piantare un albero per ogni bambino nato. Un solo albero può produrre ossigeno sufficiente per dieci persone assorbendo dai sette ai dodici chili di emissioni di CO2 all’anno, oltre che contribuire a ridurre l’inquinamento acustico. In realtà la norma è tuttora ignorata dalla gran parte dei comuni. E dire che la legge è chiara e in qualche misura severa: se i comuni non ne rispettano le indicazioni, alla fine di ogni anno bisogna che le amministrazioni municipali dispongano delle varianti urbanistiche per assicurare che siano rispettate le quantità minime di spazi riservati al verde pubblico. In buona sostanza ogni comune dovrà individuare un’area nel proprio territorio da destinare a una nuova piccola forestazione urbana con posa di piante autoctone.

Il controllo del rispetto della legge e quindi dei relativi adempimenti spetta al Comitato per lo sviluppo del verde pubblico, istituito presso il ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio. In base a queste disposizioni ogni comune dovrà inviare al Comitato le informazioni relative al tipo di albero e al luogo della sua messa a dimora nell’ambito di un censimento annuale del nuovo verde urbano.

Ma quanti sono i comuni che rispettano quest’obbligo? Non esiste un dato, neppure approssimativo. Ma tutto lascia ritenere che siano poche, pochissime, le municipalità che hanno provveduto e provvedono in questo modo ad una sempre maggior tutela del verde pubblico, e al suo progressivo sviluppo. E dire che, per sollecitare l’applicazione della legge, è stata persino introdotta una “Giornata nazionale dell’albero” che si celebra ogni anno il 21 novembre con l’obiettivo di “perseguire, attraverso la valorizzazione dell’ambiente e del patrimonio arboreo e boschivo, l’attuazione del protocollo di Kyoto” e di promuovere “attività formative in tutte le scuole”.

In Parlamento sono state presentate interrogazioni, in più riprese e da più parti politiche, per conoscere dai ministeri dell’Ambiente e delle Politiche agricole che cosa intendano fare perché sia rispettata la legge del 2013; e perché non prendano iniziative perché sia piantato un albero per ogni nuovo nato. Ma c’è una terza questione sul tappeto: perché, al fine di prevenire e contenere le alluvioni e il dissesto idrogeologico, e di tutelare la salute di ogni cittadino, il governo non assume iniziative volte a investire risorse economiche per integrare l’opera di piantumazione di nuovi alberi con quella di recupero dei territori maggiormente esposti a frane? Nessuna risposta.

di Giorgio Frasca Polara 18 undefined 2016

EddyBurg

MANIFESTO PER IL COMPOSTAGGIO A PICCOLA SCALA

Il settore dei rifiuti rappresenta, con i suoi problemi, un esempio emblematico della insostenibilità del nostro modello di produzione e consumo.

Questo modello ha alla base una dilagante alienazione, nel senso proprio dell’allontanare o dell’estraniare da sé e, quindi, all’atto di prendere distanza da qualcuno o da qualcosa, funzionale al consumo e all’uso e getta.

Questo fenomeno ha prodotto una artificiale separazione dalle cose che ci circondano e dal loro destino una volta che queste divengono, ai nostri occhi, prive di valore.

Accanto a questo si è sviluppata una coerente ignoranza su come mantenere, riparare, riusare e infine gestire il fine vita di cose che fino a ieri ci accompagnavano. Con inevitabile dispersione di risorse materiali e immateriali. Continua a leggere

Agevolazioni per l’insediamento di giovani in agricoltura

agricoltura

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bando per l’insediamente dei giovani in agricoltura

 

La canapa un’amica per l’ambiente. Uno stimolo per gli agricoltori, una coltivazione rivoluzionaria dalle mille possibilità».

La canapa è un’opportunità per un’agricoltura eco-sostenibile ed innovativa. È rispettosa dell’ambiente, sostiene lo sviluppo di un’attività di filiera che parte dall’agricoltura e consente di organizzare bacini di produzione locali e generare reddito in diversi ambiti. La canapa può essere coltivata anche per farne biomassa da ardere riuscendo ad ottenere più di cento quintali

La canapa è un’ottima fonte di materie prime, può essere coltivata per due scopi principali: per la fibra o per i semi. Una importante caratteristica della pianta di canapa è la sua produttività. E’ la pianta più produttiva in massa vegetale di tutta la zona temperata: una coltivazione della durata di tre mesi e mezzo produce una biomassa quattro volte maggiore di quella prodotta dalla stessa superficie di bosco in un anno. Oltretutto, data la sua velocissima crescita, essa sottrae la luce e soffoca tutte le altre erbe presenti sul terreno, e lo libera quindi da tutte le infestanti meglio di quanto non sappiano fare i diserbanti.

Un recente video su Rai3 Fuori

 

Un decreto di Renzi impone di costruire 12 nuove strutture

Regioni in rivolta: “Non costruiremo altri inceneritori” Un decreto di Renzi impone di costruire 12 nuove strutture, ma i presidenti coinvolti dicono tutti no: “Non servono”

da www.eddiyburg.it
 
 
Nemmeno un governatore vuole autorizzare il piano del governo. Il problema per loro è che Renzi potrebbe non averne bisogno, se decidesse di forzare la mano: l’articolo 35 dello Sblocca Italia definisce i termovalorizzatori “infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale ai fini della tutela della salute e dell’ambiente ”. E il comma 7 stabilisce l’applicazione del “potere sostitutivo”. Il Fatto Quotidiano, 12 agosto 2015 (m.p.r.)

I governatori non lo sanno. Se lo sanno, fanno finta di non saperlo. In ogni caso: gli inceneritori del governo non li vogliono. Un rapido riassunto delle puntate precedenti: come scritto ieri dal Fatto, lo scorso 29 luglio le Regioni hanno ricevuto la bozza di decreto legislativo che attua una delle previsioni dello “Sblocca Italia” di Renzi (approvato a novembre 2014). Il testo stabilisce la realizzazione di 12 nuovi impianti di incenerimento dei rifiuti in 10 Regioni: uno in Piemonte, Veneto, Liguria, Umbria, Marche, Abruzzo, Campania e Puglia, due in Toscana e Sicilia. Gli inceneritori sono sostanzialmente anti-economici, alternativi alla raccolta differenziata e hanno un impatto ambientale che puntualmente scatena le proteste furiose delle comunità a cui toccherebbe farsene carico. Infatti –governo Renzi a parte – non li vuole davvero nessuno.
La maggior parte dei presidenti di Regione sostiene di non aver ricevuto o preso visione del documento del 29 luglio. Nemmeno i governatori del Partito democratico. Il presidente della Puglia, Michele Emiliano, fa sapere di “non aver ricevuto alcuna comunicazione al riguardo”, ma garantisce che sul suo territorio non sarà costruito nessun inceneritore: “È uno degli impegni che abbiamo preso in campagna elettorale: abbiamo costruito il nostro programma dal basso e gli elettori si sono espressi chiaramente contro la costruzione di impianti di incenerimento”. Sergio Chiamparino, presidente della Regione Piemonte, è altrettanto risoluto: “Di inceneritori ne abbiamo uno e ci basta: il termovalorizzatore del Gerbido, alle porte di Torino, brucia quasi 416 mila tonnellate di rifiuti l’anno. Non ne sono previsti altri”. Rosario Crocetta, governatore siciliano: “Io i termovalorizzatori non li farò mai. Li vuole Renzi? Il piano sui rifiuti ce lo facciamo da soli”.
Per Luca Ceriscioli, eletto a fine maggio nelle Marche, un nuovo impianto sarebbe inconcepibile: “Quello di Macerata – spiegano i suoi collaboratori –è stato spento un anno fa proprio perché non ce n’è alcun bisogno. La raccolta differenziata è già al 63 per cento e si avvicina a rapidi passi al 70. Mancherebbero proprio i rifiuti con cui alimentare il termovalorizzatore: non abbiamo spazzatura da bruciare”. Anche Enrico Rossi, come i governatori precedenti, è stato eletto nel Pd. E nemmeno lui conosce il frutto avvelenato dello Sblocca Italia: “Non sapevo che il decreto prevedesse inceneritori in Toscana, né che da noi debbano essere addirittura due. Non è prevista la costruzione di alcun impianto”. Catiuscia Marini(sempre Pd), governatrice dell’U mbria, conosce i piani del governo per la sua Regione, ma non ha nessuna intenzione di autorizzarli: “Non avrebbe senso. Abbiamo una differenziata, in crescita, al 50 per cento, con picchi del 70 a Perugia. Restano solo 100 mila tonnellate da smaltire: troppo poche per giustificare un termovalorizzatore. Il governo lo sa. Magari un impianto in Umbria può servire a smaltire i rifiuti di altre Regioni, ma noi non ci stiamo”. L’area individuata, quella di Terni, “ha già seri problemi di inquinamento”, aggiunge il direttore dell’Arpa umbra, Walter Ganapini.
Pure la Campania di Vincenzo De Luca dice no. Dal suo staff arriva una risposta netta: per costruire un termovalorizzatore a trazione secca servono almeno quattro anni. Tra quattro anni, secondo le stime, ci saranno 700 mila tonnellate di rifiuti da smaltire. Per questa cifra basta l’impianto di Acerra: non ce ne vuole un altro. La previsione del governo è basata su dati superati, numeri vecchi. Nel Veneto del leghista Luca Zaia di inceneritori ce ne sono già tre. Anche qui, degli inceneritori di Renzi nessuno sa nulla: “Il 25 maggio c’è stata inviata una comunicazione sul monitoraggio degli impianti esistenti. Di eventuali nuovi impianti nessuno ci ha detto nulla. Abbiamo tre inceneritori e non ne costruiremo altri: siamo una Regione ‘riciclona ’ e puntiamo dritti sul compostaggio”.
Un filotto, insomma: nemmeno un governatore vuole autorizzare il piano del governo. Il problema per loro è che Renzi potrebbe non averne bisogno, se decidesse di forzare la mano: l’articolo 35 dello Sblocca Italia definisce i termovalorizzatori “infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale ai fini della tutela della salute e dell’ambiente ”. E il comma 7 stabilisce l’applicazione del “potere sostitutivo”: in soldoni, se le Regioni negano il consenso all’impianto o “perdono tempo”, il Consiglio dei ministri può decidere di scavalcarle.

Settis “L’Italia Spa è sempre in svendita”

Un’analisi critica dello sfacelo in corso, forse troppo ottimistica, specialmente dopo il decreto Madia.  La liquidazione del patrimonio prosegue, con forme meno rozze di quelle di  Tremonti ma legate in una strategia più ampia e più efficace, ormai divenuta egemonica. La Repubblica, 6 agosto 2015

«L’Italia spa esiste ancora. Il nostro patrimonio culturale rischia tuttora di essere svenduto. Le riforme non bastano, se mancano i fondi. Riempire l’arena del Colosseo non è una priorità. C’è una bella differenza tra restaurarlo e trasformarlo per ospitare spettacoli». Nell’estate dell’attesa per i nuovi super direttori dei venti grandi musei, mentre le soprintendenze – dopo la riforma della pubblica amministrazione appena approvata – vengono indebolite ulteriormente, Roma crolla e il Colosseo guadagna nuovi finanziamenti per trasformarsi in un’arena show, Salvatore Settis lancia l’allarme. «Questo Paese commette di nuovo l’errore di spostare l’attenzione sulla valorizzazione dei monumenti, rispetto alla loro tutela. Ma non ci può essere valorizzazione senza tutela», dice l’archeologo e storico dell’arte che nel 2009 si dimise dalla presidenza del Consiglio superiore dei beni culturali in contrasto con l’allora ministro Bondi.Professore, partiamo dalla riforma Franceschini. Qualcosa si sta muovendo.
«Da Veltroni in qua ci sono stati dieci ministri e cinque riforme: un’overdose per il ministero dei Beni culturali. Di tutte, quella di Franceschini, che nasce da una commissione di studio voluta dal predecessore Bray, ha un’idea di base più chiara. Ma non vuol dire che vada tutto bene. Non sono tra quelli che dicono che sia meglio che nulla cambi. Il punto più preoccupante è che, se questa riforma ha al centro i musei – in particolare i venti scelti come più importanti – dall’altro lato impoverisce di personale le soprintendenze territoriali. Quelle di Roma, Firenze e Napoli hanno nove storici dell’arte in tutto: come faranno a tutelare l’immenso patrimonio a loro affidato? Il vero punto per capire se questo governo rispetterà l’articolo 9 della Costituzione è se verranno fatte nelle Soprintendenze territoriali le massicce assunzioni di cui c’è assolutamente bisogno. Di questo si parla troppo poco».Con la nuova legge sulla pubblica amministrazione le soprintendenze, di fatto, si indeboliscono e vengono sottomesse alle prefetture. Vale il silenzio-assenso dopo 90 giorni anche in materia di tutela ambientale, paesaggistica e dei beni culturali. Lei è tra i sostenitori di un appello contro il provvedimento.
«L’estensione del silenzio-assenso nell’ambito della tutela del paesaggio è anticostituzionale. Ci sono cinque sentenze della Corte Costituzionale che parlano chiaro. Ma la sottomissione delle soprintendenze alle prefetture non può venire da Franceschini, perché sarebbe un’idea suicida per il suo Ministero. Oggi sembra quasi che si voglia distinguere una bad company (le soprintendenze e la cura del territorio, contro cui si schierava il premier Renzi quando era sindaco di Firenze) – e una good company che sono i musei, intesi come “valorizzazione”. E le bad companies sono fatte per essere liquidate».

I musei, appunto. In venti sono stati scelti dal ministro Franceschini come i più importanti, affidandoli ad altrettanti super direttori scelti attraverso un concorso internazionale. Cosa pensa di questo?«Il fatto di dotare i grandi musei di un’autonomia maggiore di per sé mi sembra un’idea interessante e positiva. Anche se nella lista mancano, per ragioni di spending review, musei importanti come il Museo Nazionale Romano o la Pinacoteca di Siena. Va dato atto al ministro che la commissione che sta scegliendo i direttori, presieduta da Paolo Baratta, è molto buona: ci sono nomi come Nicholas Penny della National Gallery di Londra e il grande archeologo Luca Giuliani. Però non è mai accaduto nella storia che venti direttori di musei diversi siano nominati con un’unica procedura. All’estero appare inconcepibile. Vedremo i risultati, ma la fretta è cattiva consigliera».

Ma di cosa avrebbe bisogno oggi il Ministero dei Beni culturali?
«Si continua a ignorare che le riforme a costo zero producono molto meno di zero. Nel 2008, Berlusconi e Bondi tagliarono in modo massiccio i finanziamenti alla cultura di un miliardo e 300 milioni euro. Se quella ferita non sarà sanata (e nessun governo lo ha fatto, nemmeno questo) e non si provvederà a nuove assunzioni, ogni riforma resterà vana. La primissima esigenza sono nuove assunzioni e nuovi fondi».

Però sono appena stati stanziati 80 milioni per alcune Grandi Opere… 

«Ci si deve sempre rallegrare quando ci sono dei soldi destinati alla cultura. Ma questa cifra è ben poco di fronte a un patrimonio che crolla. Di milioni ne servirebbero 800 l’anno, non 80 una tantum. Vanno bene i fondi destinati alla Certosa di Pavia e agli altri monumenti. Ma il grande errore sono le spese per il Colosseo ».L’“effetto Gladiator”.
«Finanziare un progetto che trasformi il Colosseo in un set per spettacoli è un vero spreco. Si trasmette ancora una volta il messaggio che i monumenti non servono a nulla, se non assumono un aspetto spettacolare. E si concentra di nuovo l’attenzione solo su alcuni luoghi simbolo, mentre altri, proprio a Roma, in questo momento, cadono a pezzi. La tradizione italiana della tutela, la più antica al mondo, attraversa una crisi gravissima».A Pompei, però, i segnali sono diversi.
«Nell’ultimo anno e mezzo, con il direttore generale Giovanni Nistri e il soprintendente Massimo Osanna, la capacità di spesa è aumentata. I segnali di funzionamento sono positivi. Lo sciopero del 24 luglio è stato un brutto episodio, ma non il segno che va tutto a rotoli».

A tredici anni dal suo saggio, possiamo ancora parlare di “Italia spa”?
«Il progetto dell’allora ministro Tremonti di svendere il patrimonio demaniale è fallito. Ma non si può cantare vittoria, dato che si continua a svendere i beni pubblici, delegando l’iniziativa a Regioni e Comuni in modo che non si colga il disegno d’insieme. Inoltre, le regole per la tutela del paesaggio si allentano continuamente, e sarà ancor peggio quando i soprintendenti, esautorati, ubbidiranno ai prefetti. Ma il Paese resta ricco di anticorpi nella società e nelle istituzioni. Possiamo trovare ancora dei contravveleni al degrado che incombe”.

articolo di Salvatore Settis – pubblicato su wwweddyburg.it 06-08-2015